lunedì 19 novembre 2018

Recensione: DESIDERII MARGINIS "Vita Arkivet" - Cyclic Law




L'attrazione esercitata dal mistero della morte sulla mente del compositore svedese Johan Levin diventa un tutt'uno con la sua personale ricerca del significato di identità. Il cupo e inebriante concept che DESIDERII MARGINIS ha messo in scena attraverso "Vita Arkivet" va a convergere in un unico punto focale. Senza ricorrere a qualsivoglia ideologia religiosa Johan cerca quindi di accompagnare l'ascoltatore attraverso l'esperienza della morte, un viaggio che ha inizio fuori dal corpo in un altro livello di realtà, e che raccontato dalle sue sonorità ambientali diventa simbolo di eterna purificazione. Ma tale concetto racchiuso in "Vita Arkivet" non può prescindere dall'immaginazione, quella capacità di formulare varie interpretazioni utili per far vedere diversamente il mondo ultraterreno come comunemente inteso, soprattutto come luogo in cui continuerebbe la vita dopo la morte. Il mio consiglio è quello di lasciarsi trascinare dalla corrente regolata dalle nuove tracce scritte ed eseguite da Desiderii Marginis, in modo da poter vivere sulla propria pelle il brivido del trapasso e della perdita. "Vita Arkivet" non può che essere consideratao puro smarrimento. Johan Levin: uno dei Maestri indiscussi del panorama dark ambient mondiale.

Contatti: 
cycliclaw.bandcamp.com/album/vita-arkivet
facebook.com/Desiderii-Marginis

TRACKLIST: Capsule, The Scattering, Passing Bell, Vertigo, Eulogy


venerdì 16 novembre 2018

Recensione: BLOODTRUTH "Martyrium" - Unique Leader Records




La severità dell'andamento dei BLOODTRUTH si è intensificata a dismisura dai tempi in cui erano stati considerati solo dei validi musicisti all'esordio (correva l'anno 2014). Travalicando i confini più ristretti della standardizzazione stilistica del brutal death metal, questi cinque deathster umbri ci mettono a disposizione nove composizioni (inclusa l'acustica "Prelude to Havoc") che descrivono nel dettaglio un genere musicale strettamente legato alle proprie connotazioni morfologiche, ma che oggi ha anche la possibilità di approfondire ed esternare una grande varietà di soluzioni meno prevedibili. Lo svolgimento del songwriting è tanto curato quanto intenso, i Nostri penetrano nel cuore delle atrocità del passato analizzando in profondità il tema del martirio, il che ci fa calare perfettamente nell'atmosfera straziante di "Martyrium". L'intero album viene incendiato da un approccio integralista, con una coralità interpretativa vecchia maniera, manovrata con l'abilità di chi conosce i meccanismi per non farla diventare monotona e ripetitiva. I nuovi ragazzi entrati nel gruppo sono da considerarsi linfa vitale (il vocalist Luis Maggio, il chitarrista aggiunto Stefano Clementini). I Bloodtruth non si nutrono di cose artefatte perchè quel che utilizzano è l'atmosfera peccaminosa generata dalle note inserite nei brani. Non è l'autocompiacimento il loro obiettivo ma intensificare l'evocazione della drammaticità del dolore, quasi delirante nel suo potere iconico. "Martyrium" guarda ai classici degli anni '90, soffermandosi in particolar modo sugli aspetti evolutivi che avvolgono molte delle attuali uscite death metal, anche quelle ampliate con l'aggiunta di toni sinfonici. I Bloodtruth si rivelano estremamente precisi ed efficaci nello sviluppo della loro musica estrema.

Contatti: 
uniqueleaderrecords.bandcamp.com/album/martyrium
backslashproduction.com/bloodtruth.net
facebook.com/bloodtruthband

TRACKLIST: 1184 P.C., Centuries of Intolerance (Danse Macabre), Schismatical Crusades, Inner Resurrection, Peste Noire, Prelude to Havoc, The Tome of Suffering, Persecution, The Last Prophet, Martyrium


mercoledì 14 novembre 2018

Recensione: NOISE TRAIL IMMERSION "Symbology of Shelter" - Moment of Collapse Records




A fronte di una professionalità ormai riconosciuta, le considerazioni sui torinesi NOISE TRAIL IMMERSION hanno subito nel corso degli ultimi quattro anni mutazioni di valenza opposta equamente divise tra chi, soprattutto all'inizio della loro carriera, li ha considerati come l'ennesima band clone dei Dillinger Escape Plan, e quelli che invece vedevano nelle qualità tecniche di questi giovani musicisti piemontesi il punto di forza di un progetto ben avviato e di larghe vedute, capace di esprimere tanto sul piano compositivo. "Symbology of Shelter", opera terza uscita il 2 novembre, appare più del precedente album "Womb" adatto a mettere in risalto le dichiarazioni di intenti e le traiettorie stilistiche tracciate accuratamente su una mappa priva di qualsiasi appiglio che ci indichi uno specifico punto di riferimento, una struttura musicale contorta e disorientante all'interno della quale trovano spazio temi, stilemi di varia entità. La violenza come sfogo e ribellione, come reazione alla mancanza di speranza nella vita, all'isolamento e soprattutto al dolore, fisico e psicologico. Ecco perché si potrebbe definire "solipsistica" la dimensione in cui si scatena la fisicità di "Symbology of Shelter", che però non esclude il torpore radicato nella nostra realtà. I Noise Trail Immersion dimostrano di essere sinonimo di tangibile talento, pur avendo toccato e modellato note e sonorità già adoperate da altre rinomate formazioni scandinave e statunitensi. Ed è proprio il loro rituale catartico inverso, con il trionfo della qualità compositiva, a far risultare sterili le ennesime annotazioni di paragone con tutte quelle entità tentacolari attive in tale circuito musicale (The Secret e simili). "Symbology of Shelter" sconvolge e traumatizza dall'inizio alla fine. Sarebbe quasi scontato dire "fatelo vostro". Complimenti Noise Trail Immersion.

Contatti: 
noisetrailimmersion.bandcamp.com/album/symbology-of-shelter
facebook.com/NoiseTrailImmersion

TRACKLIST: Mirroring, Repulsion and Escapism I, Repulsion and Escapism II, Acrimonious, The Empty Earth I, The Empty Earth II, Symbology of Shelter


lunedì 12 novembre 2018

Intervista: LA MORTE VIENE DALLO SPAZIO - "SENZA CONFINI"






IN "SKY OVER GIZA", ALBUM DEI LA MORTE VIENE DALLA SPAZIO, C'E' COME UNA FORZA NASCOSTA CHE CI FORNISCE LA CONFERMA DELLE CAPACITA' ARTISTICHE DI QUESTA BAND NOSTRANA, CAPACE DI VALORIZZARE UN LINGUAGGIO MUSICALE MOLTO PARTICOLARE E, A SUO MODO, INTRIGANTE. ANDIAMO A CONOSCERLI MEGLIO GRAZIE A QUESTA INTERVISTA CON MELISSA CREMA.

Come potresti descrivere i passaggi chiave che vi hanno portato alla realizzazione di "Sky Over Giza"?

- "Sky Over Giza" è frutto di due giornate di improvvisazione in studio di registrazione. E' un lavoro estemporaneo, dettato dalla volontà di creare qualcosa di nuovo e anticonvenzionale nei suoni. Non ci sono stati passaggi chiave in quanto al tempo delle registrazioni la band era ancora un collettivo aperto, non esisteva una formazione stabile e non c'era una progettazione musicale dei brani.

Qual è il processo creativo alla base della vostra musica?

- Solitamente è il chitarrista ad occuparsi in larga parte di composizione e arrangiamento, ma non parlerei di un vero e proprio processo creativo, in quanto la composizione dei nostri brani nella maggior parte dei casi è molto istintiva, come un flusso di suoni.

E' stato difficile unire i diversi background dei componenti coinvolti nei LA MORTE VIENE DALLO SPAZIO?

- Credo che il nostro sia un genere che va al di là dei generi. Non saprei collocarci in uno specifico filone musicale, ma penso anzi che il nostro punto di forza sia proprio l'essere trasversali a più generi. Questo ha fatto sì che sia stato piuttosto naturale bypassare i nostri singoli background musicali per dar vita a qualcosa che vada oltre.

Il nome della band è decisamente particolare. Interessante la scelta di utilizzare la lingua italiana. Puoi illustrarci la storia dietro queste parole? "La morte viene dallo spazio" è anche un film di fantascienza del 1958 diretto da Paolo Heusch.

- La Morte Viene Dallo Spazio come hai già detto è proprio il titolo di un vecchio b-movie italiano e l'averlo reso niente meno che il nome del progetto è sintomo del fatto che sono proprio i film sci-fi italiani degli anni 50-60 e le loro colonne sonore ad essere la nostra principale ispirazione. Siamo sempre stati affascinati da questo mondo e dal mistero in cui è avvolto.

Pensi che "Sky Over Giza" renda giustizia alla vostra concezione di musica sperimentale? Quale era l'idea iniziale dei LA MORTE VIENE DALLO SPAZIO e a cosa è arrivata oggi?

- "Sky Over Giza" è slegato da concezioni e ideologie di sorta, sicuramente si tratta di musica sperimentale ma non ci siamo rifatti ad alcun obiettivo specifico di suono durante le registrazioni. La Morte Viene Dallo Spazio è nato come un open ensamble che coinvolgeva ad ogni concerto elementi diversi sul palco, una sorta di collettivo che ha raggiunto una formazione pseudostabile e ha acquisito identità di band soltanto all'inizio dell'anno in corso.

Quali sono i pro e i contro di comporre brani così complessi e articolati?

- I brani che componiamo riflettono interamente il nostro modo di essere, e per noi non sono complessi e articolati, ma anzi le strutture di "Sky Over Giza" sono molto semplici, quasi non esistono, essendo frutto di un'improvvisazione come già detto. Sono semplicemente il risultato di quello che abbiamo dentro, di ciò che si muove in noi e tra di noi. Non ci sono né pro né contro, è la nostra musica e non potrebbe essere niente di diverso da questo.

Qual è la tua visione di universo/spazio? Credi nella vita oltre la terra? Te lo chiedo perché vorrei capire se il titolo "Sky Over Giza" ha una connessione con questo argomento...

- Siamo solo una minuscola parte dell'universo e i luoghi che l'essere umano non ha ancora raggiunto sono molti. Personalmente non credo in nessuna realtà parallela, ma considerando che la Terra è solo uno dei pianeti che compongono la nostra galassia e che probabilmente esistono anche altre galassie delle quali non siamo a conoscenza, non escludo la possibilità di altre forme di vita intelligenti oltre a noi. "Sky Over Giza" sicuramente ha dei richiami a queste tematiche, soprattutto in "Zombies Of The Stratosphere".

Il disco affascina anche per l'unione di sonorità contrastanti. Pensi che la struttura psych rock delle vostre composizioni possa in qualche modo destabilizzare l'attenzione dell'ascoltatore, a prescindere dai gusti personali. Sicuramente non è facile ascoltare un disco come "Sky Over Giza".

- La facilità o meno dell'ascolto è soggettiva. Sicuramente i nostri brani non sono immediati, il nostro non è un sound commerciale e non vuole nemmeno esserlo, ma è caratterizzato invece da influenze di diverso tipo, dalla musica dark ambient al doom, passando dallo space rock e dalla psichedelia.

Vi sentite legati al filone progressive sviluppatosi in Italia all'inizio degli anni settanta?

- Sicuramente per quanto riguarda la scena italiana il filone progressive è quello a cui più ci sentiamo legati. Jacula e Goblin ci hanno in qualche modo ispirato nelle sonorità, così come Paul Chain dall'altro lato.

Grazie per l'intervista. Buona fortuna.

Grazie a te!


CONTATTI:
bloodrockrecords.bandcamp.com/album/sky-over-giza
facebook.com/lamortevienedallospazio

RECENSIONE:
LA MORTE VIENE DALLO SPAZIO "Sky Over Giza" 2018 - BloodRock Rec.


sabato 10 novembre 2018

Recensione: NIET "Dangerfield" - Autoproduzione




I NIET nascono in Provincia di Ferrara nella calda estate dell'anno 2014 dall'unione di Ivo (chitarra, voce) e Campi (batteria). Dopo l'uscita del demo "Home" (2016) questi ragazzi giungono al nuovo EP "Dangerfield" nel settembre del 2018, fieri di continuare a proporre il loro sound come un duo. I Niet hanno sicuramente assimilato la lezione impartita dai Sonic Youth, Jesus Lizard, NoMeansNo, Melvins, ma anche quella dei Big Black, Fudge Tunnel, Unsane, The Cutthroats 9, Whores, UXO. Un assalto distorto sorretto da una batteria secca e martellante, arricchito da una voce che, filtrata al punto giusto, si fa carico di un palpabile disagio interiore. "Dangerfield" merita di essere ascoltato perché ci mette di fronte a due musicisti motivati e convinti dei propri mezzi. Sono certo che il loro songwriting migliorerà ancora nel corso del tempo.

Contatti: 
niet1.bandcamp.com/album/dangerfield
facebook.com/nietmeansno

TRACKLIST: All work and no play, Sinking, MDZhB, Dangerfield, KEXP


venerdì 9 novembre 2018

Intervista: GERDA - "IL PIANTO DEI SOPRAVVISSUTI"






PER I GERDA LA MUSICA E' LO STRUMENTO PER ESPRIMERE LA LORO NATURA, PER RELAZIONARSI CON LE COSE E GLI EVENTI, MA ANCHE UN BINARIO DA PERCORRERE PER TROVARE UN SENSO AI PASSAGGI-CHIAVE DELL'ESISTENZA. NUTRO UNA GRANDE STIMA PER QUESTA BAND DI JESI, SIA PERCHE' SI SONO SEMPRE RIVELATI DEI MUSICISTI "LIBERI" E "AUTENTICI", SIA PERCHE' APPROFONDISCONO OGNI LORO ARGOMENTO CON FORBITA ELOQUENZA. HO COSI' DECISO DI CONTATTARLI PER FARCI RACCONTARE QUALCOSA RIGUARDO IL NUOVO ALBUM "BLACK QUEER". QUI DI SEGUITO IL RESOCONTO DELLA NOSTRA CHIACCHIERATA.

Qual è la vostra idea di "noise", e cosa ha in più questo genere se lo intendiamo come mezzo comunicativo? Come si è evoluto il concetto di noise nel corso degli ultimi dieci anni?

- Credo ormai il termine sia stato usato per gruppi che superficialmente hanno pochi punti in comune e soprattutto accostato a tanti altri generi più definiti, come punk, hardcore, psych, etc. per cui parlerei più di approccio libero alla musica di cui possono essere chiari i punti di partenza e/o le radici ma, senza esserne un difetto, meno gli obiettivi, se non la ricerca stessa, musicale e personale.

Quindi, cosa ci potete dire su "Black Queer"? E' corretto parlare di "originalità" se teniamo in considerazione tutti gli aspetti che hanno dato forma a "Black Queer"?

- "Black Queer", come anche gli altri dischi, è figlio del momento emotivo della band, delle capacità, della coscienza di sè. Questi sono gli aspetti che conducono a scrivere un disco, presenti, assenti o confusi che siano stati. Nei precedenti le nostre volontà erano più in contrasto e sotto pressione. "Black Queer", per il sentimento che lo percorre, ha una volontà più univoca, non perchè ci siamo accordati su come dovesse suonare prima di comporlo e registrarlo, questa è una cosa che non abbiamo mai fatto e che non siamo in grado di fare. La ragione è piuttosto, io credo, che sempre di più diventiamo un organismo, qualcosa in cui ogni parte ha cratteristiche e funzioni diverse ma insieme alle altre compone una stesssa forma di vita. Per ciascuno di noi quattro suonare significica suonare nei Gerda, ora più che mai.

C'è una forte continuità stilistica tra "Black Queer" e i vostri precedenti album, nell'approccio alla musica in primis, ma l'atmosfera che si respira in questo nuovo lavoro è più cupa e in un certo senso depressiva. Che ne pensate?

- Dopo vent'anni vediamo un percorso emotivo che si riflette sullo stile nella produzione dei nostri cinque dischi. Nascita, coscienza, autodistruzione, libertà e dolore. Troviamo le prime produzioni più claustrofobiche. Non trovo "Black Queer" più cupo o depressivo, i sentimenti però rispetto al passato non vengono più nascosti. Esce una vena malinconica in più, probabilmente.

Che valore hanno per voi le parole utilizzate nei vostri testi? Credo sia un'opportunità poter comunicare qualcosa di profondo a chi ascolta la musica in maniera attenta.

- Nessuna parola è scelta a caso. Stare su un palco, dire certe parole è: essere e dire "guardami".

Mi interesserebbe sapere perché la scelta del titolo "Black Queer". C'è un legame tra il titolo e il concept che sta alla base dell'album?

- Tradotto: frocio nero. Neri e gay sono fra le classi più discriminate, i primi per indirizzo/scelta (sessuale) e i secondi per origine. Storia e società li disegnano come emarginati, deboli e perdenti ma la paura, la debolezza è in chi dalla diversità si sente disturbato. Il disco è dedicato a Francesco Vilotta, chitarrista, cantante e fratello, e nasce dopo la sua scomparsa quasi quattro anni fa. Lui è il nostro "Black Queer", ma nero e diverso è anche il nostro sound, lo è sempre stato ma questa volta, noi crediamo, lo è in particolar modo. E' un disco scuro, molti dei brani parlano di morte, ma è anche un disco in cui gli elementi stilistici si confondono più del solito, un disco in cui emerge in qualche modo più esplicitamente una componente femminile all'interno del sound, se così si può dire, di questo siamo fieri.

In mezzo a questo calderone di cloni e band senza personalità, qual è l'obiettivo dei Gerda?

- Ci sono anche band interessanti in giro, ma è il livello di interesse del pubblico e di certa critica poco coraggiosa che decreta ormai il peso di una band, peso il cui parametro è spesso meramente mediatico. Del resto al giorno d'oggi la comunicazione non svolge più una funzione culturale, il cui fine è la conoscenza, ma economica, il cui fine può essere pure vendere la merda, se piace. E piace, è un minino comune denominatore, semplice e comprensibile, che mette tutti d'accordo. Non abbiamo obiettivi, è naturale. Come l'essere umano, non sceglie di respirare.

La consapevolezza serve a capire la realtà che ci circonda?

- Si, fa male e non riesco farne a meno.

Qual è stato il più grande insegnamento dopo tanti anni di attività come band?

- Che i batteristi sono una categoria umana a parte.

Tempo fa mi capitò di leggere una frase di Alejandro Jodorowsky: "Sei talmente abituato a vivere da vittima che la felicità che ricevi in questo momento ti fa piangere". Vi sentite di commentarla?

- A volte succedono cose molto belle, attimi, picchi così fulgidi che danno la misura del dolore che provi e a cui sei abituato ogni giorno e al cui cospetto siamo costretti a restare troppo freddi. La felicità che ricevi risveglia il corpo e ogni sua percezione, la concezione del passato si fa più chiara. E' il pianto dei sopravvissuti, è l'omaggio a ciò che comunque è stato.

Grazie per la vostra disponibilità. E' la vostra prima intervista per Son of Flies webzine.

- Grazie a te e per averci concesso questo spazio.

CONTATTI:
gerda1.bandcamp.com/album/black-queer
facebook.com/Gerdanoise

GERDA line-up:

Alessandro Turcio - Voce
Alessio Compagnucci - Basso
Roberto vilotta - Chitarra
Andrea Pasqualini - Batteria

RECENSIONE: 
GERDA "Black Queer" - DIY Conspiracy