venerdì 18 dicembre 2020

DERHEAD - L'ALTRA FACCIA DELL'OSCURITA'








IN AMBITO ESTREMO, NEL 2020, POCHE BAND ITALIANE SONO STATE CONVINCENTI QUANTO IL PROGETTO DERHEAD. IL POLISTRUMENTISTA LIGURE G. TORNA SULLE SCENE CON IL TERZO EP "IRRATIONAL I", QUESTA VOLTA PUBBLICATO PER LA SUA ETICHETTA BRUCIA RECORDS. DOPO BEN QUATTRO ANNI DAL PRECEDENTE "VIA", L'ARTISTA DI GENOVA METTE NUOVAMENTE IN SCENA IL PROPRIO TALENTO E IL SUO MODO DI APPROCCIARSI AL BLACK METAL. SE AMATE LA MUSICA DI QUALITA' E' NECESSARIO CHE VOI ASCOLTIATE LA SUA "IMPRESSIONANTE" PROPOSTA. ECCO IL RISULTATO DELLA NOSTRA CHIACCHIERATA.

Ciao G. Portaci attraverso il tuo universo. Cosa ti ha spinto a formare il progetto Derhead? Ispirazioni, motivazioni e altro ancora.

- Ciao Christian. Derhead nasce nei primi anni 2000 dall’esigenza di esprimere qualcosa di personale, intimo direi, che difficilmente riuscivo a condividere ed esprimere con altri elementi di una band. In quegli anni anche nel metal estremo stavano arrivando drum machines, sampling, home recording e conseguentemente l’avant-garde, l’industrial black e tutte quelle sperimentazioni a volte un po’ folli delle quali mi sono innamorato all’istante. Sommando questi fattori è nato Derhead. In questi circa vent’anni ho prodotto appena due demo e due ep… Ma al di là dell’apparente pigrizia ho portato avanti molte esperienze artistiche in altri ambiti che sono state fonte di grande ispirazione. Derhead è il mio progetto più personale, che raccoglie i frutti di queste esperienze, degli ascolti, delle letture e li rielabora nel momento in cui sento di avere dei contenuti da esprimere.

Quando hai scoperto che il dolore e l'oscurità possono essere espressi attraverso suoni oscuri all'interno della musica?

- Credo di averlo scoperto abbastanza presto. Sono sempre stato attirato da certe sonorità, così come da certi linguaggi visivi, che sono probabilmente comuni a molti dei tuoi lettori. Ho un approccio da curioso e autodidatta, e quindi ho provato un po’ tutti gli strumenti e mi cimento nella produzione proprio perché come dici tu per me la musica è principalmente un modo di esprimermi. Con gli anni chiaramente tutto ciò ha preso una forma più definita nei miei progetti musicali: penso di essere riuscito ad incanalare il dolore, la rabbia e a fare emergere le emozioni dall’abisso in maniera un po’ più strutturata. Questo chiaramente non mi ha “risolto” come persona né ha annullato il dolore, ma sicuramente mi è stato utile per portare alla luce certe idee e per vederle da un punto di vista esterno.

Il tuo lavoro nasce dalla necessità di affrontare pensieri e sentimenti che potresti altrimenti reprimere?

- Sì, reprimere oppure liberare in modi più distruttivi rispetto all’espressione artistica. Sicuramente nei primi anni Derhead è stato più il modo di scontrarmi a viso aperto con la mia parte più negativa, ma direi che nel tempo si è evoluto in una ricerca più personale. Penso che la consapevolezza mi abbia portato a non scontrarmi più, ma ad affacciarmi a realtà dolorose e intime con la forza sufficiente a non essere inghiottito dal vortice.

Molte persone cercano di allontanarsi dalle emozioni oscure o negative. Vorrei un tuo parere a riguardo.

- Credo che tutti in qualche modo affrontiamo una propria parte oscura, se non altro per contrasto, perché nessuno vive di sola luce per quanto possa tentare. È vero però che vengono proposti modelli di vita che sembra facciano di tutto per nascondere i lati della vita che vengono comunemente definiti negativi. Io non vedo questa dicotomia positivo/negativo, ma un flusso di eventi, e di relative reazioni emotive, che esistono indipendentemente dalla nostra volontà e che penso debbano essere vissuti appieno. Credo che tentare di nascondere il lato oscuro significhi riconoscerlo come nemico e ammettere di averne paura e che quest’ultima ci renda deboli e impreparati ai fatti della vita che inevitabilmente accadono. Temo che questa fuga dal “male” si stia accentuando nella nostra società, che trovo sempre più pronta a polarizzare ogni situazione e ad avere rimedi pronti per tutto ciò che definisce negativo.

"Irrational I" potrebbe essere considerato come una sorta di descrizione del tuo subconscio?

Sì, sicuramente Irrational I ha che fare con il subconscio. Il titolo rappresenta appunto la parte non razionale e “I” ha il duplice significato di “Io” e di “uno”. Quest’ultimo perché ho concepito questo EP come una sorta di parentesi nel mio percorso e mi sono voluto lasciare aperta la possibilità di crearne altre con la stessa libertà. Il tutto ha a che fare sostanzialmente con la genesi di questo lavoro che è iniziata mentre stavo registrando un album. Ero in un periodo di stanca, un lungo periodo di vuoto creativo e questi due brani sono scaturiti dal nulla e mi hanno ridato un po’ di entusiasmo. Così ho deciso di seguire l’istinto, di prendermi una pausa dalle registrazioni e immergermi in questa parentesi, in questo flusso creativo non razionale, appunto.

L'artwork è collegato con i contenuti dell'EP? Puoi parlare brevemente di ciascun brano, delle liriche e il rapporto di questi significati con la musica?

- L’artwork è opera di Cesare Bignotti, un apprezzato artista audio-visivo, ma soprattutto uno dei miei più cari amici. Tendenzialmente dò qualche input e gli lascio carta bianca perché mi piace che le persone diano una loro visione della mia musica, quindi non ho studiato a priori il significato dell’artwork. Già in occasione del precedente EP Cesare ha voluto rappresentarmi come questo personaggio sfocato che mi sembra perfetto per alcuni concetti che esploro nei testi. Ad esempio “The end for now”, a partire dal titolo che è sostanzialmente un paradosso, racconta di come il tempo della coscienza non abbia un’evoluzione lineare, un inizio e una fine. Parla del momento indefinibile in cui il presente diventa ricordo, di quando una memoria che riaffiora vive nuovamente nel presente e ci porta a provare nuove emozioni… insomma, cosa c’è di meno a fuoco del nostro tempo interiore? Questi concetti prendono spunto dagli scritti di Bergson e mi sono sembrati affascinanti perché dietro un’apparente semplicità, possono dare una prospettiva diversa della realtà rispetto al senso comune, perlomeno nel mondo occidentale. L’altro pezzo invece parla di desiderio; delle occasioni in cui si reprimono i desideri per non accettare il rischio del fallimento, vivendo sostanzialmente una vita da spettatore che è costruita solo su delle possibilità rimaste tali. Mi piaceva l’immagine dell’uomo che scala una montagna e si accorge solo dalla cima, alla fine del percorso, che è formata dai cadaveri dei propri desideri, che la sua vita insomma è fatta solo di giorni trascorsi ma non vissuti. E qui si collega al concetto della relazione tra il tempo reale, i giorni che passano, e del tempo interiore, come li viviamo.

Prova a comparare “Irrational I” con i tuoi precedenti lavori. Le tue canzoni nascono sempre allo stesso modo?

- Hai toccato forse un punto cruciale: le canzoni sono nate in un modo completamente opposto. Come accennavo prima, Irrational I segue un approccio quasi estemporaneo. The end for now in particolare è un canzone nata quasi di getto: una sera si è formata questa sorta di visione dove alcune idee sparse hanno preso forma improvvisamente… Tra l’altro ero in viaggio in quel momento, quindi non potendo registrare, ho scritto subito il testo e ho abbozzato alcuni appunti per la musica. Fortunatamente sono riuscito a mantenere il mood per qualche giorno fino al rientro a casa dove ho iniziato subito a registrare. È stata un’esperienza veramente immersiva, mi sentivo completamente calato in quella canzone… ed è esattamente il contrario del mio lavoro precedente VIA, che invece è stato frutto di ricerca, di letture, di sintesi. Lo si intuisce per esempio dai testi che sono davvero minimali, frutto di un lavoro a togliere, come si suol dire, per lasciare solo il necessario. Lo dicevo anche in un verso: “ogni silenzio è scelto con cura”, penso fosse la chiave di lettura del disco. Un lavoro estremamente razionale.

La musica black metal continua ad essere una forma d'arte molto potente, e ancora oggi sono tanti i seguaci di queste sonorità estreme. Pensi che l'evoluzione di questo genere musicale possa ancora riservare delle sorprese per il futuro? Ci sono dei gruppi che potrebbero fare la differenza?

- Personalmente penso che l’interessante sia evolvere una modalità espressiva che rappresenti le emozioni di cui abbiamo parlato, poi sinceramente che abbia la forma del black metal, che sia più o meno true a me è sempre interessato abbastanza poco. Ci sono dei gusti, e va benissimo, ma non penso sia necessario né utile porsi dei limiti (lo trovo perfino paradossale nel contesto di questo genere). Ci saranno comunque sempre commistioni tra generi, è così che vanno avanti le culture, e il black metal nel suo percorso non ha fatto eccezione. L’unica considerazione che posso aggiungere è che ora, essendoci una quantità infinita di uscite e molta autogestione grazie ai social, penso che ci potranno essere tante piccole novità piuttosto che un’unica evoluzione del genere come poteva essere, per esempio l’epoca dell’avantgarde, il symphonic black metal e altre ondate di questo tipo. Al momento ho anche la sensazione che ci sia molta musica un po’ “estemporanea”, musica legata quasi esclusivamente al momento dell’esperienza d’ascolto, che ti riempie un attimo, anche piacevolmente, ma che non rimarrà nella tua vita molto più di quel tempo. Secondo me ci sono molte idee innovative, ma a volte sembra che rimangano a livello embrionale e poche lasceranno il segno. Comunque qui servirebbe un’analisi molto più ampia di come è cambiato il rapporto delle persone con la musica, ma non voglio divagare.

Tra i progetti secondo me più solidi di questi ultimi anni, e che quindi spero possano dare qualcosa anche in futuro: Vessel of Iniquity, Novae Militiae, Precaria, Aevangelist, Akhlys e gruppi parenti… la scena islandese sicuramente ha portato qualcosa di nuovo e tutto sommato anche tutto questo movimento raw black metal all’epoca dell’home recording digitale, al di là delle esasperazioni, secondo me ha qualche spunto interessante che potrebbe evolversi con l’aggiunta di un po’ di coraggio.

Come nasce l'idea di fondare una tua etichetta discografica indipendente? Forse non tutti sanno che sei tu la mente di Brucia Records.

- Direi che nasce da due fattori: il primo, più personale, è che avendo sempre avuto rapporti con le etichette in veste di musicista, mi piaceva capire l’altra prospettiva. Credo sia arricchente anche come musicista capire cosa c’è dall’altra parte. L’altro motivo, più legato al lavoro in sé, è che volevo provare a proporre dei progetti che mostrassero la mia visione sotto tanti punti di vista: produzione, promozione, rapporti umani, economici. L’idea di fondo è semplice e non è certo nuova: produrre un po’ meno e con la massima cura per il progetto e per le persone coinvolte. È iniziato tutto un paio di anni fa, con progetti di amici, come spesso accade. Poi la vera svolta è arrivata quando è arrivato Void (Feed Them Death): siamo diventati soci e da quel momento le cose hanno iniziato a girare in una maniera decisamente più strutturata. Abbiamo valori e idee comuni e competenze complementari e credo sia un’ottima formula oltre che una bella fortuna che permette a entrambi di occuparsi solo della parte che piace e che quindi non pesa.

Qual è il tuo rapporto con il mercato discografico italiano e quale il punto di vista su di esso? Ci sono dei gruppi nostrani che apprezzi particolarmente e che potrebbero meritare un contratto con la tua label? A parte Feed Them Death, ovviamente. Sono al corrente della sua nuova release su Brucia Records.


- Parlando da musicista, devo dire che me ne sono sempre stato un po’ ai margini, non ho questo istinto di apparire e non mi sento proprio parte di un mercato. Non per snobismo, proprio per carattere: faccio le mie cose, cerco di farle al meglio delle mie possibilità e le propongo. Non mi faccio ossessionare dal marketing, da presunte competizioni e via dicendo. Invece, dal punto di vista dell’etichetta, ti posso dire che in generale non trovo particolari differenze nel rapportarmi con band italiane e non, e anche musicalmente in questo momento non riesco a identificare realmente una scena italiana o un mercato italiano. Non parlo di valore nelle proposte chiaramente, parlo solo di identità, di originalità. Forse alcune differenze culturali si sono un po’ assottigliate, soprattutto con le nuove generazioni. Circa le band, Feed Them Death come detto gioca in casa, ma questo non intacca la qualità del suo percorso, come ha dimostrato l’ottimo riscontro dell’Ep uscito per Brucia. Per farti qualche altro nome ti direi i Gorrch, gli Hornwood Fell, i Letitia in Holocaust… beh, poi lasciami citare i LaColpa dei quali abbiamo pubblicato il secondo album. Sono molto orgoglioso di questo lavoro: fatevi un regalo di Natale e andate ad ascoltarlo!

Cambiamo argomento. Cosa dovrebbe accadere per dare un senso a ciò che stiamo patendo in questo difficile periodo storico? Il Covid ci ha reso più consapevoli di quanto siamo fragili?


- In tutta sincerità penso che ci abbia dato molte informazioni su quanto siamo fragili. La consapevolezza sarebbe fare nostre queste informazioni, elaborarle per compiere delle scelte, ma credo che questo passo non lo si sia fatto. Penso che questo periodo abbia toccato le vite di tutti sia in un senso più personale che dal punto di vista sociale. I due aspetti sono chiaramente connessi: l’uno non risolve l’altro, ma sicuramente alcune prese di posizione a livello sociale, potrebbero quantomeno non alimentare certe fragilità individuali. Mi pare che molti credano che situazioni come questa siano solo incidenti di percorso che dimenticheremo presto per tornare alla tanto agognata normalità. In poche parole, secondo me la consapevolezza forse si è risvegliata in chi già, in qualche forma, l’aveva.

Grazie per l'intervista. In bocca al lupo per tutte le tue attività.

- Grazie mille a te per questo spazio, per le domande molto interessanti e per il tuo supporto!

Contatti: 
bruciarecords.com

DERHEAD lineup:
G. - Polistrumentista

Recensione: 
 DERHEAD - "Irrational I" 2020